pomodirono_piennolo_presidio_slow_food

Pomodorino del Piennolo (Il Sole nel piatto), chiude il presidio Slow Food

di Enzo Coccia

Così su due piedi mi verrebbe da dire: “Si stava meglio quando si stava peggio!”. Non ho accolto con piacere la notizia della chiusura del Presidio Slow Food per il Pomodorino del Piennolo del Vesuvio, creato nel 2001 con l’obiettivo di salvaguardare la biodiversità di questa varietà di ortaggio sul territorio vesuviano.

Dovrei gioire perché il pomodorino che tutti cercano, che uso sulle mie pizze e che il mondo ci invidia, non è più in pericolo di estinzione grazie al Consorzio Dop che lo tutela. Eppure non mi fa piacere sapere che il marchio Presidio Slow Food scomparirà ben presto su tutti i vasetti di conserve vesuviane.

Anzi, se devo dirla tutta, la notizia mi rattrista e mi incupisce. Per spiegarvelo faccio un passo indietro al 1998 quando conobbi al Salone del Gusto di Torino tre soci Slow Food, come me: Giovanni Marino, poi titolare dell’azienda biologica Casa Barone di Massa di Somma sul Vesuvio con i suoi collaboratori Dario Meo e Lidia Merola. Mi chiesero di usare i loro pomodorini del Piennolo per farcire le mie pizze, quelli con la buccia dura che crescono a 500 metri sul livello del mare e si conservano, intrecciati “a piennolo” appunto, fino alla primavera successiva alla raccolta.

Fu subito un matrimonio di piacere: mi ricordo ancora i viaggi in giro per il mondo (Cina, Usa, Canada, Inghilterra, Turchia e Spagna) con i barattoli di pomodorino del Piennolo in valigia, orgogliosi di esportare una rarità della nostra terra. E il successo fu planetario.

Nel documentario “Il Sole nel piatto” che ho realizzato nel 2012 per Rio Film, con la regia di Alfonso Postiglione, tradotto in varie lingue, vado a Massa di Somma e faccio vedere come si coltivano e come si conservano i pomodorini del Piennolo.

E perfino il New York Times gli ha dedicato un articolo nella sua rubrica “Dining & Wine” (4 gennaio 2011) dopo averlo scoperto grazie alla mia consulenza nella pizzeria di Donatella Arpaia.

Sulle bontà organolettiche del prodotto è intervenuto a più riprese il MedEatResearch, il Centro di Ricerche Sociali sulla Dieta Mediterranea, istituito presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli nell’aprile 2012 e diretto da Marino Niola, professore ordinario di Antropologia dei simboli, Antropologia delle arti e della performance e Miti e riti della gastronomia contemporanea, che lo ha inserito tra i pilastri della dieta mediterranea.

Sigillo scientifico – semmai ce ne fosse stato bisogno – di un valore già ampiamente riconosciuto dalla tradizione napoletana (che assegna un posto d’onore ai pomodorini del Piennolo sul Presepe) e dalla cultura partenopea come nei famosi “spaghetti alle vongole fujute” di Eduardo De Filippo in cui – in assenza di vongole per povertà di gran parte della popolazione – restavano appunto i pomodorini.

Per me il Piennolo rappresenta il simbolo – dal greco unire, mettere insieme – di amicizia, storia, cultura, sapore e territorio. Ed è per questo che dopo tutti questi anni spesi a difendere il “Piennolo” insieme agli amici di Casa Barone, sognatori e rivoluzionari, mi incupisce veder scomparire il logo Presidio Slow Food. Così faccio mia la frase di Nanni Moretti: «Io credo nelle persone. Però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre d’accordo e a mio agio con una minoranza».